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Le vite dei Santi

Beata Vergine Maria di Guadalupe

12 dicembre – Beata Vergine Maria di Guadalupe


Gli esami scientifici sull’immagine di Guadalupe
Le stelle del mantello della Vergine di Guadalupe rappresentano esattamente la costellazione del cielo nel Messico il giorno dell’apparizione (9 Dicembre del 1531)


La Tilma (mantello di fibra dagave) di Guadalupe
Al 1666 risale il più antico esame scientifico dell’immagine “impressa” sulla tilma. Essa è costituita da due teli di ayate – un rozzo tessuto di fibre d’agave, usato in Messico dagli indios poveri per fabbricare abiti. Su di essa si vede l’immagine della Vergine, di dimensioni leggermente inferiori al naturale, e di carnagione un po’ scura, donde l’appellativo popolare messicano di Virgen Morena o Morenita. I tratti del volto non sono né di tipo europeo, né di tipo indio, ma piuttosto meticcio, cosa “profetica” al tempo dell’apparizione.
I risultati degli esami compiuti su questa immagine dai pittori e dagli scienziati nel 1666 sono i seguenti: è assolutamente impossibile che un’immagine così nitida sia stata dipinta a olio o a tempera sull’ayate, data la completa mancanza di preparazione di fondo; che il clima del luogo in cui l’immagine è stata esposta, senza alcuna protezione, per 135 anni è tale da distruggere in un tempo più breve qualsiasi pittura, anche se dipinta su tela di buona qualità e ben preparata.
Nel 1936, il direttore della sezione di chimica del Kaiser Wilhelm Institut di Heidelberg, dottor Richard Kuhn – premio Nobel per la Chimica nel 1938 –, ha la possibilità di analizzare due fili, uno rosso e uno giallo, provenienti da frammenti della tilma di Juan Diego, forse ritagliati nel 1777 per adattare alla cornice l’antico mantello, e poi conservati come reliquie. I risultati delle analisi, condotte con le tecniche più sofisticate allora disponibili, sono incredibili: sulle fibre non vi è traccia di coloranti, né vegetali, né animali, né minerali.
Ma i risultati più incredibili sono venuti dall’esame degli occhi della Vergine di Guadalupe. Nel 1979 l’ingegnere peruviano José Aste Tonsmann, esperto di elaborazione elettronica delle immagini, chiede di poter analizzare – con il metodo dell’elaborazione elettronica mediante computer, usato, fra l’altro, per la “decifrazione” delle immagini inviate sulla terra dai satelliti artificiali e dalle sonde spaziali – i riflessi visibili negli occhi della Madonna di Guadalupe.
Con questo metodo il Tonsmann riesce a ingrandire le iridi degli occhi della Vergine fino a 2500 volte le loro dimensioni originarie, e a rendere, mediante opportuni procedimenti matematici e ottici, il più possibile nitide le immagini in esse contenute. Il risultato ha dell’incredibile: negli occhi della Madonna di Guadalupe è riflessa l’intera scena di Juan Diego che apre la sua tilma davanti al vescovo Juan de Zumárraga O.F.M. e agli altri testimoni del miracolo.
E’ sul mantello stesso, tuttavia, che il linguaggio simbolico assume un significato senza pari, precluso come abbiamo detto agli occupanti spagnoli, ma ben comprensibile da una civiltà geroglifica come quella degli Aztechi: un “linguaggio di segni” come quello che andiamo via via scoprendo dietro tutta questa vicenda.
Sul manto della Signora, infatti, compare una complessa mappa di stelle che, secondo i più recenti studi, rappresenta proprio l’aspetto del cielo visibile dal Tepeyac durante il Solstizio d’inverno del 1531: ivi appare lacostellazione della Vergine in primo piano proprio all’altezza delle mani della Vergine.
Ma il concetto più alto e contemporaneamente più chiaro è espresso da un piccolo geroglifico, ilNahui Ollin, posto all’altezza del ventre: si tratta di un piccolo fiore a quattro petali, che nell’antica scrittura pittografica designava il Centro del Mondo o la Divinità più antica: il significato che un indio poteva dunque percepire era, inequivocabilmente, quello di una Madre che …sta per partorire la Divinità.
Il Mantello di Guadalupe è dunque un perfetto esempio di “incontro spirituale” fra due culture così distanti nell’unica maniera in cui tale incontro risulta possibile: il piano eterno dei simboli. Da questo punto di vista, l’evento di Guadalupe appare alla stregua della “foce” di un lungo percorso sotterraneo che, leggendo i simboli, sembrerebbe attraversare come un fiume carsico il cuore di una cultura pur così diversa dalla nostra. Un incontro non umano ma, se si crede all’evento del Tepeyac, direttamente divino, in un’epoca storica in cui era molto di là da venire certo “ecumenismo” contemporaneo e troppo lontane nel passato le riflessioni patristiche sui “Semi del Verbo”. Una storia nascosta eppure reale che forse, quale ultimo “segno”, anche il nome “Guadalupe” sembra voler suggellare: un nome di antica origine araba, come molti nella topografia della penisola iberica, ma dal significato molto evocativo …Fiume Nascosto e il fiume è vita e porta la vita.

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San Charles de Foucauld

(detto Carlo di Gesù)

Sacerdote

1 Dicembre

«In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). In una lettera scritta quattro mesi prima di morire, san Charles de Foucauld (1858-1916) rivelò che questo era stato il brano del Vangelo che più gli aveva trasformato la vita.

Celebre esploratore prima della conversione, la sua figura è di un’attualità dirompente per almeno due aspetti: il suo amore per l’Eucaristia, che riconobbe quale presenza viva di Dio capace di rinnovare l’uomo; il rapporto con i non cristiani e soprattutto con i musulmani. Visse in mezzo a loro, li aiutò, li amò. Da questo amore nasceva il suo desiderio di far loro conoscere Gesù, non attraverso la predicazione (non era il suo carisma e riteneva che prima bisognasse preparare il terreno) «ma con la preghiera, l’offerta del Santissimo Sacrificio, la penitenza, la pratica della carità…».

Carlo era nato il 15 settembre 1858 in Francia, a Strasburgo, in una famiglia nobile. La madre, molto devota, gli insegnò a pregare. A meno di 6 anni rimase orfano di entrambi i genitori. Ormai adolescente, cominciò a leggere di tutto. Anche letture che gli fecero male. A poco a poco perse la fede. «A 17 anni dentro di me c’erano soltanto egoismo, vanità, cattiveria, desiderio di male, ero come impazzito…». Alla morte del caro nonno materno tutta l’eredità andò a Carlo, che la dissipò presto, cercando la sua felicità nelle feste, nei piaceri della gola, nelle donne.

La carriera militare lo portò in Algeria e Tunisia. Finite le spedizioni, per lui una goduria, si dimise dall’esercito poiché detestava la vita in caserma e aveva una passione: viaggiare. Volle esplorare il Marocco, allora in gran parte proibito agli europei. Carlo si preparò meticolosamente per 15 mesi, imparò l’arabo e l’ebraico, e partì, in compagnia di un rabbino. Lui stesso, giunto nella parte più pericolosa del Marocco, si travestì e si finse rabbino. Portava sempre con sé, di nascosto, un taccuino di 5 centimetri quadrati e una matita minuscola per appuntare tutto quanto vedeva di interessante. L’avventura terminò 11 mesi più tardi e gli valse – oltre a sassate, fame e pericoli vari – la medaglia d’oro della prestigiosa Società di Geografia.

Al ritorno in Francia trascorse dei mesi dai familiari, conoscendo «delle persone molto intelligenti, virtuose e cristiane». Sarà in particolare la bellezza dell’anima di una cugina, Marie de Bondy, a fargli credere che, magari, la fede che aveva smesso di professare non fosse una follia. «Ho iniziato ad andare in chiesa, senza essere credente, non mi trovavo bene se non in quel luogo e vi trascorrevo lunghe ore continuando a ripetere una strana preghiera: “Mio Dio, se esisti, fa’ che io Ti conosca!”». Scorrendo tra i suoi scritti, in alcuni tratti sembra di leggere sant’Agostino. E sarà proprio in una chiesa dedicata al Doctor Gratiae che Carlo, su consiglio della cugina, troverà il sacerdote decisivo nella sua conversione: «Mi sono quindi rivolto all’abate Huvelin. Gli ho chiesto delle lezioni di religione: mi ha ordinato di mettermi in ginocchio e di confessarmi, di andare a ricevere la Comunione seduta stante…».

Lo Spirito Santo stava già lavorando, ma «non ci misi un giorno solo a credere; a volte i miracoli del Vangelo mi sembravano incredibili, altre volte volevo intercalare le mie preghiere con brani del Corano. Ma la grazia divina e i consigli del mio confessore dissiparono queste nubi». Quando in Carlo sorse il desiderio della vita religiosa, di vivere solo per il Dio che aveva scoperto, fu don Huvelin a frenarne (e verificarne), per tre anni, gli entusiasmi. Lo fece prima andare in pellegrinaggio in Terra Santa. E lì, tra Nazareth, Gerusalemme, Betlemme – dove partecipò alla Messa nella notte di Natale («la dolcezza che ho provato a pregare in quella grotta, dove erano risuonate le voci di Gesù, Maria e Giuseppe, è stata indicibile») – capì che la sua vocazione era di condurre la vita nascosta di Nostro Signore nei primi trent’anni sulla terra.

Il 15 gennaio 1890 entrò in un’abbazia trappista, credendolo il miglior modo per seguire Gesù, perché «ognuno sa che l’amore ha come primo effetto l’imitazione». Ma pian piano realizzò di desiderare una povertà più radicale per meglio conformarsi al suo Amato. In quel periodo ebbe la prima idea di una nuova congregazione, fondata sul lavoro manuale e «molta preghiera». Si sarebbero dovuti «formare solo dei piccoli gruppi, espandersi ovunque, ma soprattutto nei paesi infedeli, così abbandonati, e dove sarebbe tanto dolce aumentare l’amore e i servitori di Nostro Signore Gesù». Nel gennaio 1897 ottenne dal superiore generale di lasciare i trappisti. Andò a Nazareth, dove per tre anni lavorò come tuttofare dalle Clarisse, vivendo in una piccola capanna di legno.

Iniziò a chiamarsi Carlo di Gesù e completò una Regola, che aveva al suo cuore l’adorazione del Santissimo Sacramento. Proprio perché sarebbe stato impossibile vivere quella Regola «senza che ci siano un prete e un tabernacolo», decise di ricevere il sacerdozio. L’imitazione della vita di Gesù era, per de Foucauld, un tutt’uno con il culto dell’Eucaristia. L’adorazione del Santissimo Sacramento fu la sua priorità perché era questa la causa dell’urgenza di voler raggiungere gli altri. Secondo il santo, infatti, la ‘sola’ Presenza eucaristica è irradiatrice di grazie e sostiene la santificazione di chi sta nelle vicinanze.

Partì poi per Béni Abbès, oasi nel Sahara algerino. Abitò in un eremo con cappella, dove trascorse ore e ore davanti al tabernacolo. Quell’eremo si trasformò in un viavai di ammalati, poveri, soldati, semplici curiosi, con cui Carlo – che voleva che tutti lo considerassero «come loro fratello, il fratello universale» – parlava e tesseva amicizie. Nel 1904 iniziò la sua missione presso i Tuareg, passando da un accampamento all’altro in mezzo al deserto. Ne studiò la lingua e la cultura, adoperandosi a diversi lavori linguistici e traduzioni, prima tra tutte quella del Vangelo. Quando poté fare la prima consacrazione in quelle regioni, scrisse: «Sacro Cuore di Gesù, grazie per questo primo Tabernacolo in terra Tuareg! Che sia il preludio di molti altri e l’annuncio della salvezza di molte anime! Sacro Cuore di Gesù, risplendi dal fondo di questo Tabernacolo verso i popoli che ti circondano senza conoscerti! Rischiara, dirigi, salva queste anime che Tu stesso ami!».

A Tamanrasset, durante la Grande Guerra, costruì anche una sorta di fortino per proteggere la popolazione locale dai predoni. E fu proprio una banda di predoni a ucciderlo l’1 dicembre 1916, primo venerdì del mese, giorno dedicato al Sacro Cuore. Ma quel chicco di grano non è rimasto senza frutto, perché gli scritti di Carlo hanno avuto da allora una diffusione straordinaria. E oggi sono tanti i gruppi e congregazioni di laici, sacerdoti, religiosi e religiose che ne perpetuano il carisma in tutto il mondo.

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Beata Alessandrina da Costa

Cooperatrice salesiana

13 ottobre

.. venga ben predicata e ben propagata la devozione ai Tabernacoli, perchè per giorni e giorni le anime non Mi visitano, non Mi amano, non riparano… Non credono che Io abito là. Voglio che si accenda nelle anime la devozione verso queste prigioni d’Amore… Sono tanti coloro che, pur entrando nelle Chiese, neppure Mi salutano e non si soffermano un momento ad adorarMi. Io vorrei molte guardie fedeli, prostrate davanti ai Tabernacoli, per non lasciarvi accadere tanti e tanti crimini” (1934)

Richiesa di N.S. Gesù Cristo ad Alessandrina

Alexandrina Maria da Costa, cooperatrice salesiana, nacque a Balasar, Portogallo, il 30-03-1904. Dall’età di 20 anni visse paralizzata nel letto a causa di una mielite alla spina dorsale, conseguente ad un salto fatto a 14 anni dalla finestra di casa per salvare la sua purezza da tre uomini male intenzionati. Nella solitudine della sua cameretta, Alexandrina diventerà l’angelo consolatore di Gesù presso tutti i tabernacoli del mondo, e contemporaneamente, ostia nell’Ostia Divina, sarà con Gesù la vittima immolata per la salvezza della anime. Il 13 ottobre 1955 avverrà il passaggio di Alexandrina dalla vita terrena a quella del Cielo. Attraverso Alexandrina Gesù chiede che: “… venga ben predicata e ben propagata la devozione ai Tabernacoli, perchè per giorni e giorni le anime non Mi visitano, non Mi amano, non riparano… Non credono che Io abito là. Voglio che si accenda nelle anime la devozione verso queste prigioni d’Amore… Sono tanti coloro che, pur entrando nelle Chiese, neppure Mi salutano e non si soffermano un momento ad adorarMi. Io vorrei molte guardie fedeli, prostrate davanti ai Tabernacoli, per non lasciarvi accadere tanti e tanti crimini” (1934) Durante gli ultimi 13 anni di vita, Alexandrina visse di sola Eucarestia, senza alimentarsi più. E’ l’ultima missione che Gesù le affida: “…Faccio che tu viva solo di Me, per provare al mondo ciò che vale l’Eucaristia, e ciò che è la mia vita nelle anime: luce e salvezza per l’umanità” (1954) Pochi mesi prima di morire la Madonna le disse: “…Parla alle anime! Parla dell’Eucaristia! Parla loro del Rosario! Che si alimentino della carne di Cristo, della preghiera e del Mio Rosario ogni giorno!” (1955).

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Beato Carlo Acutis Adolescente

La Mostra sui Miracoli Eucaristici – realizzato da Carlo Acutis

Londra, Inghilterra, 3 maggio 1991 – Monza, Monza e Brianza, 12 ottobre 2006

Figlio primogenito di Andrea Acutis e Antonia Salzano, Carlo nacque a Londra, dove i genitori si trovavano per motivi di lavoro del padre, il 3 maggio 1991. Trascorse l’infanzia a Milano, circondato dall’affetto dei suoi cari e imparando da subito ad amare il Signore, tanto da essere ammesso alla Prima Comunione ad appena sette anni. Frequentatore assiduo della parrocchia di Santa Maria Segreta a Milano, allievo delle Suore Marcelline alle elementari e alle medie, poi dei padri Gesuiti al liceo, s’impegnò a vivere l’amicizia con Gesù e l’amore filiale alla Vergine Maria, ma fu anche attento ai problemi delle persone che gli stavano accanto, anche usando da esperto, seppur autodidatta, le nuove tecnologie. Colpito da una forma di leucemia fulminante, la visse come prova da offrire per il Papa e per la Chiesa. Lasciò questo mondo il 12 ottobre 2006, nell’ospedale San Gerardo di Monza, a quindici anni compiuti. Il 5 luglio 2018 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto che dichiarava Venerabile Carlo, i cui resti mortali riposano dal 6 aprile 2019 ad Assisi, nella chiesa di Santa Maria Maggiore – Santuario della Spogliazione. Nel medesimo anno il Pontefice ha citato Carlo nell’Esortazione apostolica post-sinodale “Christus vivit”. Il 21 febbraio 2020, ha autorizzato la promulgazione del decreto relativo a un miracolo attribuito all’intercessione di Carlo, che è stato solennemente beatificato ad Assisi il 10 ottobre seguente.

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11 ottobre – San Giovanni XXIII, Pontefice dal 1958 al 1963

Angelo Giuseppe Roncalli nacque a Sotto il Monte, piccolo borgo del bergamasco, il 25 novembre 1881, figlio di poveri mezzadri. Divenuto prete, rimase per quindici anni a Bergamo, come segretario del vescovo e insegnante in seminario. Allo scoppio della prima guerra mondiale fu chiamato alle armi come cappellano militare. Inviato in Bulgaria e in Turchia come visitatore apostolico, nel 1944 fu nominato Nunzio apostolico a Parigi, per divenire poi nel 1953 Patriarca di Venezia. Il 28 ottobre 1958 salì al soglio pontificio, come successore di Pio XII, assumendo il nome di Giovanni XXIII, 261° Papa della Chiesa Cattolica. Avviò il Concilio Vaticano II, ma non ne vide la conclusione: morì infatti il 3 giugno 1963. Nel suo breve ma intenso pontificato, durato poco meno di cinque anni, riuscì a farsi amare dal mondo intero. È stato beatificato il 3 settembre del 2000 e canonizzato il 27 aprile 2014. I suoi resti mortali riposano dal 2001 nella Basilica di San Pietro a Roma, precisamente nella navata destra, sotto l’altare di San Girolamo.

Preghiera scritta da Giovanni XXIII e diffusa da lui stesso in una udienza: “Questa è la preghiera che io recito d’abitudine durante la Messa ma che tutti voi, se lo desiderate, potete adottare. E il mio augurio è che dia a voi gli stessi benefici che sempre ha procurato, da quando la recito, a me”.

Padre celeste, Padre di misericordia, accogli la preghiera del tuo servo:

1) in soddisfazione e remissione di tutti i miei peccati;

2) a salute e forza della mia anima, della mia casa e di quelli ai quali mi legano le obbligazioni del mio servizio;

3) in soddisfazione e remissione dei peccati dei governanti, dei prelati, delle anime consacrate e di tutti, affinché ti degni di concedere a tutti la grazia dello Spirito Santo;

4) per tutti i peccatori del mondo, perché tu li converta e li riconduca sulla strada della salvezza;

5) a conforto dei tribolati, affinché tu dia ad essi il sostegno e la vera pazienza;

6) a refrigerio e liberazione delle anime del purgatorio, principalmente di quelle che hanno diritto alla mia preghiera; e infine a illuminazione di tutte le genti che non hanno ricevuto la luce del Vangelo e dei nostri fratelli separati, perché tutti conoscano e amino Te, Padre Onnipotente, che col Figlio e lo Spirito Santo sei benedetto nei secoli dei secoli. Così sia. 1Pater, Ave e Gloria….

Il 4 maggio del 1963, Giovanni XXIII ringraziava il Rosario Vivente nel suo Primo Pellegrinaggio e sollecitava il mondo cattolico alla recita del Rosario sottolineando come lui stesso soleva dire questa Corona benedetta ogni giorno, integralmente con le tre Corone.

Audio originale https://youtu.be/oYwq_Ew-Pto 🙏😇

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Beato Rolando Rivi

Seminarista, martire

13 aprile

Suo papà si chiamava Roberto Rivi ed era nato a S. Valentino di Castellarano (Reggio Emilia), il 30 ottobre 1903, primo di numerosi fratelli. Crebbe, alla scuola di mamma Anna, una donna di fede ardente, a pregare ogni giorno la Madonna con il Rosario e a incontrare tutte le domeniche Gesù nella S. Messa e Comunione. La sua guida era il parroco don Jemmi.
Dopo le elementari, Roberto rimase a casa a lavorare la campagna e a testimoniare la fede cristiana tra la sua gente. A 20 anni, prestò servizio militare, passando anche alcuni mesi a Zara, nell’Istria, assai lontano da casa, vivendo in ambienti difficili, sempre in fedeltà a Gesù, a costo di qualsiasi sacrificio.
A metà degli anni ’20, era rientrato in famiglia a S. Valentino, proprio nel periodo in cui la Chiesa, guidata da Papa Pio XI, organizzava la gioventù nell’Azione Cattolica: anche Roberto fece parte di quei giovani appassionati. Ogni giorno, con la mamma Anna, partecipava alla Messa con la Comunione. Lo farà sino all’ultimo giorno della sua vita, preparandosi alla Comunione quotidiana con la Confessione settimanale e la preghiera personale.
Ventiquattrenne, Roberto aveva incontrato Albertina e la sposò, deciso a farsi una famiglia, che avesse come centro Gesù, Luce, Amore e Guida.
Quindi erano venuti i figli che furono la sua più grande gioia.

Il piccolo chiamato
Il 7 gennaio 1931, gli nacque Rolando che si dimostrò subito un figlio speciale. A 5 anni, il piccolo già serviva la Messa al parroco don Olinto Marzocchini, e si vedeva che gli piaceva proprio stare in chiesa a pregare e a cantare le lodi del Signore.
Nella festa del Corpus Domini, 16 giugno 1938, Rolandino ricevette la I Comunione e fu davvero per lui festa umile e solenne: Gesù diventava il suo intimo Amico. A scuola, guidato dalla maestra Clotilde Selmi, giovane donne dalla Comunione quotidiana, preparata e tutta dedita alla sua missione di educatrice cristiana, seppe dare buoni risultati: sostenuto da una vivace intelligenza, imparava con facilità e aiutava volentieri i compagni.
Era generosissimo con i poveri di passaggio ai quali donava con larghezza, dicendo: “La carità non rende povero nessuno. Ogni povero per me è Gesù”. Il 24 giugno 1940, dal Vescovo diocesano di Reggio Emilia, Mons. Edoardo Brettoni, Rolando ricevette la Cresima. Si sentì ancora più obbligato con il Signore Gesù, “un soldato di Cristo”, come allora si diceva, e prese forti impegni con Lui: la Messa e Comunione quotidiana, la Confessione settimanale, il Rosario alla Madonna ogni giorno, da solo e in famiglia.
I suoi piccoli amici del borgo, Rolando cercava di portarli in chiesa, al catechismo, davanti al Tabernacolo, per crescere nella fede e nell’amore al Signore. Papà Roberto si chiedeva: “Chi mai sarà questo bambino?”. Rolando finì le elementari in modo brillante. La maestra ricorderà sempre “i suoi occhi vivi, espressivi al massimo, cui non sfuggiva nulla, la sua intuizione immediata, la logica serrata dei suoi ragionamenti, la sua ottima memoria”.
A lui, però, ciò che più importava, era il rapporto, intenso, sempre più intenso con Gesù. Il sacerdote all’altare – don Narzocchini, sua guida e modello di vita – quando consacrava il Pane e il Vino nella Messa, gli appariva grande da toccare il Cielo: “Perché – si domandava – non avrebbe potuto essere come lui?”.
S. Pio X, il papa dell’Eucaristia ai bambini in giovanissima età, un giorno previde: “Ci saranno tanti ragazzi santi e tanti chiamati al sacerdozio, grazie a Gesù Eucaristico adorato e santamente ricevuto da loro”.
Per tutta la prima metà del secolo XX – e oltre – grazie a una pedagogia davvero eucaristica da parte delle parrocchie e dell’Azione Cattolica, la “profezia” di S. Pio X si è avverata largamente: lo scrivente, ricercatore di “santità giovane”, lo può ampiamente documentare, appoggiandosi anche sulla testimonianza scientifica e teologica di illustri Maestri della psicologia, del dogma e dell’ascetica cristiana, quali P. Agostino Gemelli, P. Garrigou-Lagrange, il Card. Pietro Palazzini (si veda il testo di L. Castano, Santità giovanile, LDC, Torino, 1989).
Ebbene, proprio nell’ambito della profezia di S. Pio XII, Rolando Rivi, decenne, a contatto di Gesù vivo nel Tabernacolo e del suo parroco don Marzocchini, vero “sacerdos propter Eucaristiam”, sentì la voce di Gesù che lo chiamava alla santità e al sacerdozio. A 11 anni, decise: “Voglio farmi prete. Papà, mamma, vado in Seminario”.
Così all’inizio dell’ottobre 1942, entrò in Seminario, a Marola (Reggio Emilia), vestendo subito l’abito talare, come allora si usava. Studiava con serietà e, con la sua bella voce, faceva parte del coro. Stava assai volentieri davanti all’Eucaristia, appassionato sempre di più della sua vocazione, sentendosi un prediletto di Dio.
A casa, in vacanza, durante l’estate, continuava a vivere da seminarista, con fedeltà ai suoi impegni, la Messa e la Comunione quotidiana, la meditazione al mattino, la visita al SS.mo Sacramento e il Rosario alla Madonna, ogni sera, in una vita di studio e di purezza, e facendo apostolato tra i compagni. Portava sempre con orgoglio l’abito religioso, spiegando: “È il segno che io sono di Gesù”.
Suonava in chiesa l’harmonium e accompagnava i cantori, tra i quali il suo ottimo papà, Roberto Rivi, fiero di cantare con il suo “tesoro” che si preparava, più convinto che mai, a diventare “un altro-Gesù” nel sacerdozio. Lo si vedeva spesso circondato da piccoli amici, con i quali il discorso era caldo di luce e di amore: voleva raccoglierli tutti attorno a Gesù, insegnare loro ad amarlo come Lui solo merita di essere amato.

Giovanissimo martire
Ha testimoniato di lui un suo compagno di Seminario, ora prete e parroco: “Rolando era vivace e svelto in tutti i giochi, a pallone a pallavolo. Il campione della classe, della sua camerata. Attentissimo a scuola, molto studioso, esemplare, innamoratissimo di Gesù. Tutto in lui era superlativo. Si stava volentieri con lui: contagiava gioia e ottimismo. Era l’immagine perfetta del ragazzo santo, ricco di ogni virtù, portata nella vita quotidiana all’eroismo”.
Papà Roberto era orgoglioso che il buon Dio gli avesse dato un figlio così e già pregustava la gioia di vederlo sacerdote. Ma nel 1944, il Seminario, a causa della guerra, fu chiuso. Rolando, rientrato in famiglia a S. Valentino, viveva, nonostante le difficoltà, la sua stessa vita ardente e luminosa, intessuta di preghiera e di studio, di amore intenso a Gesù Eucaristico, di pietà mariana.
Il momento era difficilissmo, per le scorribande di tedeschi, fascisti e partigiani; l’odio alla Chiesa e ai preti diffuso e rabbioso. Venne a sostituire il parroco, un givoane curato, don Alberto Camellini. Rolando con i suoi amici seminaristi di S. Valentino, diceva spesso: “Preghiamo per tornare al più presto in Seminario. Quando sarò prete, partirò come missionario a portare Gesù a quelli che non lo conoscono”.
Non temeva né derisione né minacce – che non gli mancavano – segnato a dito, come “il pretino”. A chi gli chiedeva di vestire come gli altri ragazzi, rispondeva: “Non posso lasciare la mia veste: è il segno che io appartengo al Signore”.
Il 10 aprile 1945, finì in mano a un gruppo di partigiani comunisti a Monchio (Modena). Lo portarono nella loro base e lo processarono come un colpevole (colpevole della sequela Christi!). Poi emisero la sentenza: “Uccidiamolo, avremo un prete in meno”. In un bosco, presso Piane di Monchio, dopo averlo percosso e malmenato senza pietà, gli scavarono la fossa… Mentre Rolando, inginocchiatosi, pregava il suo Gesù per sé, per i suoi genitori, forse per gli stessi aguzzini, questi lo presero a calci, poi, con due colpi di rivoltella al cuore e alla fronte, lo finirono barbaramente.
Era il 13 aprile 1945, un venerdì, quando Rolando Rivi, a 14 anni appena, fu freddato nel clima di odio contro la Chiesa e i sacerdoti.
L’indomani, papà Roberto e don Camellini ritrovarono il suo corpo martoriato. Sepolto provvisoriamente a Monchio, un mese dopo, tornava a S. Valentino tra la sua gente in lacrime che guardava a lui, come a un piccolo angelo, della razza dei martiri, uccisi dai senza-Dio, dai primi secoli cristiani a quelli contemporanei della Russia, del Messico e della Spagna. Sulla sua tomba, papà Roberto fece scrivere le parole da lui composte: “Tu che dalle tenebre e dall’odio fosti spento, vivi nella luce e pace di Cristo”.

Al di là dell’odio
Su quell’immane tragedia, papà Roberto disse soltanto: “Perdono”. Era straziato, ma con la sua fede grandissima riprese a vivere infondendo coraggio ai suoi e illuminando il dolore con la preghiera incessante, sentendosi quasi chiamato a compiere il bene al posto di Rolando.
Il martirio del figlio seminarista lo spinse a fondo, a impegnarsi in prima persona, negli anni del dopoguerra affinché l’Italia non cadesse sotto un’altra dittatura, e a costruire una società cristiana. Nel tempo del conflitto, gli erano morti al fronte, lontanissimo da casa, i due fratelli Rino e Adolfo, e in casa, la sorella Lina. Negli anni che verranno, altri lutti e dolori proveranno la sua forte tempra e la sua fede invincibile.
Stupiva chi lo avvicinava, persino i sacerdoti che lo stimavano e ne amavano la compagnia, e la sorella suora. “Con tutto quanto ha patito, come piò essere così forte e sereno?”. La sua risposta era la Croce di Cristo. Così papà Roberto portava la sua fede davanti a chiunque, sempre “uno con Gesù”: nella famiglia, nel lavoro, nei rapporti sociali, nel modo di intendere le cose e le scelte quotidiane. Una vera mentalità di fede, la sua, tradotta nelle opere, in semplicità e letizia.
Gli anni passavano e la sua esistenza si faceva sempre più traboccante di preghiera: la Messa e la Comunione quotidiana, in un colloquio prolungato con Gesù, per la Chiesa, per i sacerdoti, per la conversione del mondo, fino al punto di riconoscere, con il suo amico don Ugolini: “Io starei sempre davanti al Signore del Tabernacolo”.
La via Crucis diventò la sua preghiera prediletta: la ripeteva anche sette volte al giorno, tenendo la foto di Rolando tra le mani, ricordando al divino Sofferente i suoi familiari, gli amici, i sacerdoti e… coloro che gli avevano fatto del male.
Il 22 ottobre 1992, a 89 anni, papà Roberto rivedeva il suo Rolando e i suoi cari che lo avevano preceduto in Paradiso. Chi lo ha conosciuto di persona o semplicemente lo ha sentito qualche volta per telefono è rimasto incantato dalla sua fede granitica e dolce: anche lui, la sua vita, come Rolando, l’aveva consumata per Gesù, nostro Re e Signore.

“Un angelo della terra”
Raccolte numerose testimonianze su Rolando, abbiamo pubblicato la sua biografia: “Un ragazzo per Gesù” (Ediz. Del Noce, Camposampiero – PD – 1997).
Il volumetto si è diffuso per ogni dove e continua a diffondersi.
Il 29 giugno 1997, solennità dei SS. Pietro e Paolo, Apostoli e i più grandi Martiri della Fede cattolica, dal cimitero, la salma di Rolando è stata traslata nella chiesa di S. Valentino, dove era stato battezzato ed era sbocciata la sua vocazione al sacerdozio. Da quel giorno, la sua tomba è diventata meta di pellegrinaggio da ogni parte d’Italia e da più lontano, e luogo di preghiera.
Nell’aprile del 2001, i giornali hanno parlato a lungo di un bambino inglese di tre anni, James Blacknel, guarito dalla leucemia per l’intercessione di Rolando. Da allora sono assai frequenti le testimonianze di grazie, guarigioni e celesti favori ottenuti da chi lo prega. Si tratta di umile gente, ma anche di uomini di cultura che si rivolgono a lui, certi di essere esauditi (Gente, 31 maggio 2001, pp. 113-115; Famiglia Cristiana, 17 giugno 2001, pp. 72-73; Il giornale, 13 aprile 2002, p. 31, oltre le pubblicazioni locali dell’Emilia e della Toscana).
Nel settembre 2002 e nel settembre 2003, si sono svolti a S. Valentino due convegni per ricordarlo e approfondire la conoscenza della sua nobile figura che emerge sempre più luminosa e affascinante nello splendore del martirio. Anche l’Osservatore Romano ha scritto più volte di lui (12 aprile 2000; 16 gennaio 2004). Il 7 maggio 2000, nella solenne celebrazione dei martiri del XX secolo, voluta a Roma da papa Giovanni Paolo II, anche Rolando Rivi è stato ricordato.
È diffusa ormai di lui una larga “fama sanctitatis”, in Italia e all’estero, fino al lontano Brasile. Il 1 Dicembre 2003, il Card. José Saraiwa Martins, Prefetto della Congregazione della Cause dei Santi, lo ha definito “splendida figura di seminarista e vero angelo della terra”, augurando “che si possa al più presto iniziare la sua causa di beatificazione. Il suo esempio verrebbe a indicare l’unica via davvero affascinante per educare i ragazzi alla fede e all’amore a Cristo e far sbocciare autentiche vocazioni al sacerdozio in un vero cammino di santità”.
Rolandi Rivi, a 14 anni, ha proclamato a fronte alta davanti al mondo che continua a perseguitare gli amici di Gesù: “Vitam et sanguinem pro Christo nostro Rege”. Solo ragazzi e giovani come lui saranno capaci anche oggi di una nuova rivoluzione cristiana davanti a cui nessuno potrà chiudere gli occhi e tanto meno chiudere il cuore.